Lavoratori stagionali e rischio cardiovascolare: dal Sud un modello di prevenzione di precisione
21/02/2026
Il lavoro agricolo stagionale, soprattutto nei contesti del Mezzogiorno, rappresenta una realtà produttiva essenziale ma spesso fragile sul piano sanitario. Sforzi fisici prolungati, esposizione a temperature elevate, condizioni abitative precarie e accesso disomogeneo ai servizi sanitari possono trasformarsi in fattori di rischio concreti, in particolare per la salute cardiovascolare.
È in questo scenario che si inserisce lo studio clinico-epidemiologico coordinato dal professor Domenico Basta, docente dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e referente della Fondazione Ambiente Ricerca Basilicata (FARBAS), pubblicato sul Journal of Preventive Medicine and Hygiene con il titolo “Cardiovascular risk in seasonal migrant workers in Southern Italy: clinical-epidemiological evaluation”.
La ricerca propone un cambio di paradigma nella tutela della salute dei lavoratori stagionali: passare da una gestione centrata sull’urgenza a un modello strutturato di “sorveglianza sanitaria di precisione”, fondato su protocolli clinici mirati e su una valutazione individuale del rischio.
I risultati dello studio: un quadro clinico da non sottovalutare
Lo studio, sviluppato nell’ambito dei progetti ministeriali GOV.E.R.NI e Più Su.Pr.Eme., dedicati anche al contrasto dello sfruttamento lavorativo, ha analizzato 135 lavoratori stagionali impiegati in territorio lucano. I dati emersi delineano un profilo sanitario che impone attenzione: oltre il 50% dei soggetti presenta valori compatibili con ipertensione arteriosa, mentre circa il 20% evidenzia alterazioni cardiache.
Numeri che non possono essere interpretati come semplici anomalie statistiche, ma come segnali di una vulnerabilità diffusa, potenzialmente aggravata dalle condizioni ambientali e lavorative. Il lavoro nei campi, caratterizzato da carichi fisici intensi e prolungati, può infatti accentuare problematiche cardiorespiratorie latenti, trasformandole in emergenze cliniche.
Secondo l’impostazione proposta, le attuali procedure di accoglienza e di prima valutazione sanitaria dovrebbero essere integrate con screening specialistici strutturati, in grado di individuare precocemente le patologie e stratificare il rischio individuale, orientando interventi personalizzati.
Verso una sorveglianza sanitaria di precisione
“L’obiettivo è fornire basi solide per supportare la Sanità Pubblica nel complesso scenario del lavoro agricolo”, spiega il professor Basta. “I risultati ci indicano che dobbiamo superare le visite mediche di base a favore di una sorveglianza di precisione, identificando le vulnerabilità prima che si trasformino in emergenze”.
Il concetto di prevenzione di precisione implica un approccio integrato: anamnesi approfondita, valutazione dei parametri clinici, esami strumentali mirati, monitoraggio nel tempo. Non si tratta soltanto di certificare l’idoneità al lavoro, ma di costruire un percorso di tutela sanitaria coerente con le condizioni reali in cui operano i lavoratori.
La proposta assume anche un valore sistemico. La sinergia tra università, fondazioni di ricerca e programmi istituzionali dimostra come dal Sud Italia possano emergere modelli innovativi, capaci di incidere sulle politiche di sanità pubblica e di rafforzare la sostenibilità del Sistema sanitario nazionale.
“È un modello virtuoso – conclude l’epidemiologo – che dimostra come la collaborazione tra ricerca e istituzioni possa produrre soluzioni concrete, migliorando la tutela della salute e la dignità del lavoro”.
La prevenzione, in questo contesto, non è un capitolo accessorio, ma una scelta strutturale che riguarda salute, diritti e qualità del sistema produttivo agricolo.
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Andrea Bianchi è un reporter specializzato in notizie locali, eventi e attualità urbana. Racconta la vita della città con uno stile diretto e dinamico, sempre sul campo con microfono e telecamera.